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martedì 28 aprile 2009

Testo a cura del Critico Prof. Giuseppe Parisi

"De Natura Deorum"

"E' così che l'iniziazione permette al giovane di affermare la propria condizione adulta, essendo orgoglioso di essere uscito dall'indifferenziato uomo donna che perdura nei non iniziati"
(Philippe - Emmanuel Rausis "L'iniziazione" Mondatori pag. 55).
La luce del tempo innestava strane magie. Il tempo donava parentesi d'azzurro e di rosso che nessuno riusciva a ricomporre in omogenee unità. Poi venne la "sacra follia" ed il mondo ebbe bisogno di valorosi "avatara", collocati come baluardi in difesa delle pallide lune colorate. La vita percorreva strade inconsuete e sua sorella storia ne volle rendere conto in percorsi di memoria e di dolore. Occorreva agire al più presto per ri-formare le unità lacerate nei vari processi biologici. Così si scoprì la PITTURA "fragile ostello di sconsiderati", ma anche luogo dalla indicibile verità. Da Lei, sorella Pittura, conseguirono altri mondi e altre conoscenze furono fatte grazie ad essa in un mondo che aveva conosciuto la più delirante delle azioni umane: la crudeltà.
Oggi tre giovani artisti, tre "avatara" della pittura, Lorenzo Bruschini, Giorgio Dante, Tommaso Didimo, hanno ri-visto la cultura dei solerti maestri del passato per piazzarla dentro codici o schemi che risentono del sublime "astro-estro" del tempo dei "Risoluti". I tre "avatara" parlano con lingua degli avviati a ben altre verità e hanno per statuto interiore l'apprensione e il vigore, la determinatezza e la sperduta malinconia, la riflessività e l'azione "spiazzante".
Uno di loro, Giorgio Dante, riflette nella sua opera elementi dalla forte carica erotica, ma non con un segno incisivo che gli permette di trovare il senso oggettivo delle cose, dei luoghi, della vita. Il tutto condito da un sapiente uso del colore, in una atmosfera di luci ed ombre dalla perentoria unità.
Per Lorenzo Bruschini si può parlare di un codice magno - greco poiché il romano formula, nelle sue tavole, corpi e memorie e antichi "sapori" di una liturgia ancestrale che non muore mai, anzi si dona come stazione da cui far partire il treno della "conoscenza artistica".
Dei tre Tommaso Didimo pianta la sua radice nelle stagioni dell'informale classico con una pennellata rapida e convulsiva e sublimando l'individualismo dell'opera in un apparato posto al di sopra delle cose degli uomini. Per quest'ultimo, il colore è motore dinamico e infinito che lascia spazio alle fertili fantasie dello scrutatore. Che il tempo allora doni certezze esclusive agl'i uomini dell'arte poiché dal loro operato ne consegue una permanente cognizione della bellezza e della verità - e della sublime conoscenza di "sorella Pittura”.

Prof. Giuseppe Parisi
Critico d'Arte

sabato 3 gennaio 2009

Testo critico a cura della poetessa Maria Lenti

Giorgio Dante e il magistero della decadenza

Ricordare, - come fa Robertomaria Siena nella plaquette di presentazione della mostra, aperta fino al 10 gennaio 2009, del giovane artista romano alla galleria Logu’s Arte di Roma, - per la pittura di Giorgio Dante, Accademismo e Simbolismo, è un gradino irrinunciabile: il primo si avvale del nutrimento della durata della classicità, la sua perfezione, la proporzione della forma e della postura, il fermo-tempo della bellezza seduttiva perché inarrivabile nella pronuncia, presente in anima ma assente al corpo; il secondo si dispiega nell’alone dei rimandi, dell’impalpabilità e delle ascendenze (o discendenze) culturali, dell’incontro con sensibilità che ne colgono il fiato, la suggestione, che si appropriano del sogno suggerito dalle figure, dalle atmosfere.
Associare, ma con tutta levità, la lezione della decadenza viennese, proviene al visitatore, già dal titolo e dai colori delle figure a tutta altezza e in nudità pudiche o piene di candore nonostante la sfuggenza. Richiamare una lontana ambiance preraffaellita, ancora per chi guarda, si situa nel tono di un esercizio da prima occhiata, scaturita dalla maestria degli oli, della grafite (e matita bianca su carta) del giovane Giorgio Dante. Si potrebbe continuare, se si privilegiasse la lettura comparativa, per esempio con l’accostamento ai colori delle donne di Il castigo delle due lussuriose di Segantini.
A questo punto, e con determinazione, il viaggio, dentro la pittura di Giorgio Dante, dopo il ricordare, di ordine prevalentemente analogico o memoriale, apre presto il verbo dimenticare, per una ricerca, in questo singolare pittore, di astrazione e di rifigurazione dell’immagine già introiettata come idealità e come sinonimo di bellezza, un’ immagine catturata a priori in una sfera a-materiale, a tipo, a segno, a modello, a sintesi, a incanto onirico, di un onirismo tutto umano. Infatti, Melancholia, Narciso, Adone, Sibilla, Arianna, ecc., figure-presenze sofferenti o sicure (della loro energia, come Adone; della loro introversa contorsione, come Narciso; della innocenza perduta, come Sibilla; di un vivere non disgiunto dal sentirsene venir meno, come Melancholia) insinuano alterità: rispetto sia al caos e al caotico della forma odierna, sia all’esteriorità - rumore e rovina - di questa.
Si può dire, con Siena, che <> si raccoglie all’interno di un crepuscolarismo prezioso, di una posizione che, in fin dei conti, si rivela squisitamente decadente>>. Soprattutto, a parer mio, lì dove il “crepuscolarismo” mette a tacere certezze politiche, religiose, filosofiche, scientifiche e si incunea in un sentire alimentato dall’eros e dal mito, ed il decadentismo s’è tenuto lontano da altisonanze e sfolgorii.
Proprio come nella decadenza che oggi avvertiamo più vicina a noi, mi sembra di poter dire, fatta di cadenze sottili, di silenzi, di sfumature che lasciano filtrare la forma del desiderio da cui nascono e in cui vorrebbero confluire. Quello di una bellezza che possa, non eludere il tempo, il nostro per esempio, ma connotarlo della sua essenza, come nell’arte di Giorgio Dante.

Maria Lenti
Roma, 31 dicembre 2008

mercoledì 9 aprile 2008

Giorgio Dante e le delizie del Parnaso

Crediamo non sia erroneo constatare che, mentre la Transavanguardia ha concluso da tempo la sua avventura, l’Anacronismo continua la sua corsa imbarcando sempre nuovi adepti. Già abbiamo avuto modo di presentare opere di giovani artisti. Ora è giunto il momento di segnalarne un altro: Giorgio Dante.
Quest’ultimo dimostra che l’Anacronismo tende ad “aprirsi a ventaglio” e a dispiegare posizioni diversificate, pur nella comune fede nella Memoria, nel Museo e nel Recupero della Bellezza.
Va inoltre segnalato che il nucleo poetico di ogni forma di Anacronismo è costituito dall’incontro fra il piacere e la pittura. In proposito è più che mai attuale quanto osserva, nel 1983, Jean Clair nelle pagine di Critica della modernità. Scrive lo studioso francese: “Come svuotata di qualsiasi sostanza, quale corpo l’opera d’arte moderna può ancora offrire alla nostra attenzione? Più il suo statuto, le sue frontiere, i suoi mezzi e il suo fine diventano incerti, tanto più impotenti e imperiosi diventano al contrario i sistemi per raccoglierla. Ed ecco che una vera e propria scienza museografica si mette in moto per delineare un oggetto che si assottiglia sempre di più”.
Il dimagrimento di cui parla il critico, segna a fondo la costituzione delle Neoavanguardie (ancora largamente dominanti nel panorama della ricerca contemporanea), e scaturisce da un’ottica calvinista e censoria che intende staccare l’arte dalla sua corporeità e dal proprio gusto di esistere.
Alla radice di tutto ciò si pongono il concettualismo duchampiano e il “neoplatonismo” maleviciano. Nel Dicembre del 1915 Kazimir Malevic espone il celebre Quadrato nero su fondo bianco, testo capitale del riduzionismo avanguardistico. Dunque soltanto un mondo senza alcun luogo, liberato ed epurato da ogni passione, da ogni segno, da ogni oggetto, da ogni impronta delle cose finite ma esistenti ed incarnate. Ora tutto ciò viene rifiutato con forza da Giorgio Dante, anche se il giovane pittore non assume mai una posizione aggressiva e pugilistica. Dicevamo che l’Anacronismo rivela diversi volti; ciò comporta, per Dante un deciso allontanamento dall’altro giovane, da Roberto Ferri. Se Ferri si muove sul terreno di un neocaravaggismo onirico e ardente, Dante privilegia l’elegia ed il passo intimo e delicato; il ritorno degli antichi dei avviene all’interno, dunque, di un sogno desideroso di esorcizzare la pesantezza dell’empiria.
Si osservi il Fauno del giovane pittore, il bozzetto di un’opera che verrà esposta a Febbraio alla Galleria Vittoria di Roma. Ogni elemento animalesco è stato eliminato perché Dante è rapito dal corpo come idea; la figura se ne sta assorta e, al contempo appare monumentale perché l’arte intende riaffermare la propria decisione di sopravvivere a tutti i certificati di morte.
Lo scopo finale, per Giorgio Dante, è quello di ribadire che la scelta anacronista è volutamente una decisione “fuori dal coro”, un atto sostanzialmente aristocratico. Un atto che si rivolge, è bene sottolinearlo, alla parte “alta” della nostra anima, quella ancora capace di concedersi una sensibilità squisita e profonda. Da qui la polemica che Dante conduce nei confronti di Andy Wahrol e di tutti coloro che, a tutt’oggi, condividono la filosofia dell’americano. L’efficacia di Wahrol appartiene al genere opposto del sogno, della meditazione, della “scoperta dell’alterità”. La “religione” del maestro della Pop Art è la religione della realtà, una realtà che coincide spaventosamente con l’immagine pubblicitaria la quale non fa altro che ridurre il mondo al demoniaco della banalità. In Giorgio Dante accade tutto il contrario; veniamo allontanati (sempre educatamente e delicatamente) dal fenomeno e veniamo chiamati a frequentare gli antichi dei i quali però non vengono spinti a presentare il loro volto dionisiaco, bensì quello di una trasparenza intima e soave. L’arte si presenta così come uno “spazio secondo”, un luogo dove il fruitore collabora con l’artista per edificare un regno che coltiva volutamente rapporti inesistenti con l’“esistenza inautentica”. Abolendo i suoi legami con quest’ultima, conclude Giorgio Dante, la pittura dimostra di non essere interessata a fuoriuscire dai confini del quadro per tentare di confondersi con la vita. In questo modo ribadisce una volta per tutte che la sua vocazione esclusiva è per un sonnambulismo dal quale non vuole essere risvegliata.

Testo critico Robertomaria Siena
(articolo estratto dal quotidano d'informazione "Italia Sera" del