Ricordare, - come fa Robertomaria Siena nella plaquette di presentazione della mostra, aperta fino al 10 gennaio 2009, del giovane artista romano alla galleria Logu’s Arte di Roma, - per la pittura di Giorgio Dante, Accademismo e Simbolismo, è un gradino irrinunciabile: il primo si avvale del nutrimento della durata della classicità, la sua perfezione, la proporzione della forma e della postura, il fermo-tempo della bellezza seduttiva perché inarrivabile nella pronuncia, presente in anima ma assente al corpo; il secondo si dispiega nell’alone dei rimandi, dell’impalpabilità e delle ascendenze (o discendenze) culturali, dell’incontro con sensibilità che ne colgono il fiato, la suggestione, che si appropriano del sogno suggerito dalle figure, dalle atmosfere.
Associare, ma con tutta levità, la lezione della decadenza viennese, proviene al visitatore, già dal titolo e dai colori delle figure a tutta altezza e in nudità pudiche o piene di candore nonostante la sfuggenza. Richiamare una lontana ambiance preraffaellita, ancora per chi guarda, si situa nel tono di un esercizio da prima occhiata, scaturita dalla maestria degli oli, della grafite (e matita bianca su carta) del giovane Giorgio Dante. Si potrebbe continuare, se si privilegiasse la lettura comparativa, per esempio con l’accostamento ai colori delle donne di Il castigo delle due lussuriose di Segantini.
A questo punto, e con determinazione, il viaggio, dentro la pittura di Giorgio Dante, dopo il ricordare, di ordine prevalentemente analogico o memoriale, apre presto il verbo dimenticare, per una ricerca, in questo singolare pittore, di astrazione e di rifigurazione dell’immagine già introiettata come idealità e come sinonimo di bellezza, un’ immagine catturata a priori in una sfera a-materiale, a tipo, a segno, a modello, a sintesi, a incanto onirico, di un onirismo tutto umano. Infatti, Melancholia, Narciso, Adone, Sibilla, Arianna, ecc., figure-presenze sofferenti o sicure (della loro energia, come Adone; della loro introversa contorsione, come Narciso; della innocenza perduta, come Sibilla; di un vivere non disgiunto dal sentirsene venir meno, come Melancholia) insinuano alterità: rispetto sia al caos e al caotico della forma odierna, sia all’esteriorità - rumore e rovina - di questa.
Si può dire, con Siena, che <
Proprio come nella decadenza che oggi avvertiamo più vicina a noi, mi sembra di poter dire, fatta di cadenze sottili, di silenzi, di sfumature che lasciano filtrare la forma del desiderio da cui nascono e in cui vorrebbero confluire. Quello di una bellezza che possa, non eludere il tempo, il nostro per esempio, ma connotarlo della sua essenza, come nell’arte di Giorgio Dante.
Maria Lenti
Roma, 31 dicembre 2008
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