Crediamo non sia erroneo constatare che, mentre la Transavanguardia ha concluso da tempo la sua avventura, l’Anacronismo continua la sua corsa imbarcando sempre nuovi adepti. Già abbiamo avuto modo di presentare opere di giovani artisti. Ora è giunto il momento di segnalarne un altro: Giorgio Dante.
Quest’ultimo dimostra che l’Anacronismo tende ad “aprirsi a ventaglio” e a dispiegare posizioni diversificate, pur nella comune fede nella Memoria, nel Museo e nel Recupero della Bellezza.
Va inoltre segnalato che il nucleo poetico di ogni forma di Anacronismo è costituito dall’incontro fra il piacere e la pittura. In proposito è più che mai attuale quanto osserva, nel 1983, Jean Clair nelle pagine di Critica della modernità. Scrive lo studioso francese: “Come svuotata di qualsiasi sostanza, quale corpo l’opera d’arte moderna può ancora offrire alla nostra attenzione? Più il suo statuto, le sue frontiere, i suoi mezzi e il suo fine diventano incerti, tanto più impotenti e imperiosi diventano al contrario i sistemi per raccoglierla. Ed ecco che una vera e propria scienza museografica si mette in moto per delineare un oggetto che si assottiglia sempre di più”.
Il dimagrimento di cui parla il critico, segna a fondo la costituzione delle Neoavanguardie (ancora largamente dominanti nel panorama della ricerca contemporanea), e scaturisce da un’ottica calvinista e censoria che intende staccare l’arte dalla sua corporeità e dal proprio gusto di esistere.
Alla radice di tutto ciò si pongono il concettualismo duchampiano e il “neoplatonismo” maleviciano. Nel Dicembre del 1915 Kazimir Malevic espone il celebre Quadrato nero su fondo bianco, testo capitale del riduzionismo avanguardistico. Dunque soltanto un mondo senza alcun luogo, liberato ed epurato da ogni passione, da ogni segno, da ogni oggetto, da ogni impronta delle cose finite ma esistenti ed incarnate. Ora tutto ciò viene rifiutato con forza da Giorgio Dante, anche se il giovane pittore non assume mai una posizione aggressiva e pugilistica. Dicevamo che l’Anacronismo rivela diversi volti; ciò comporta, per Dante un deciso allontanamento dall’altro giovane, da Roberto Ferri. Se Ferri si muove sul terreno di un neocaravaggismo onirico e ardente, Dante privilegia l’elegia ed il passo intimo e delicato; il ritorno degli antichi dei avviene all’interno, dunque, di un sogno desideroso di esorcizzare la pesantezza dell’empiria.
Si osservi il Fauno del giovane pittore, il bozzetto di un’opera che verrà esposta a Febbraio alla Galleria Vittoria di Roma. Ogni elemento animalesco è stato eliminato perché Dante è rapito dal corpo come idea; la figura se ne sta assorta e, al contempo appare monumentale perché l’arte intende riaffermare la propria decisione di sopravvivere a tutti i certificati di morte.
Lo scopo finale, per Giorgio Dante, è quello di ribadire che la scelta anacronista è volutamente una decisione “fuori dal coro”, un atto sostanzialmente aristocratico. Un atto che si rivolge, è bene sottolinearlo, alla parte “alta” della nostra anima, quella ancora capace di concedersi una sensibilità squisita e profonda. Da qui la polemica che Dante conduce nei confronti di Andy Wahrol e di tutti coloro che, a tutt’oggi, condividono la filosofia dell’americano. L’efficacia di Wahrol appartiene al genere opposto del sogno, della meditazione, della “scoperta dell’alterità”. La “religione” del maestro della Pop Art è la religione della realtà, una realtà che coincide spaventosamente con l’immagine pubblicitaria la quale non fa altro che ridurre il mondo al demoniaco della banalità. In Giorgio Dante accade tutto il contrario; veniamo allontanati (sempre educatamente e delicatamente) dal fenomeno e veniamo chiamati a frequentare gli antichi dei i quali però non vengono spinti a presentare il loro volto dionisiaco, bensì quello di una trasparenza intima e soave. L’arte si presenta così come uno “spazio secondo”, un luogo dove il fruitore collabora con l’artista per edificare un regno che coltiva volutamente rapporti inesistenti con l’“esistenza inautentica”. Abolendo i suoi legami con quest’ultima, conclude Giorgio Dante, la pittura dimostra di non essere interessata a fuoriuscire dai confini del quadro per tentare di confondersi con la vita. In questo modo ribadisce una volta per tutte che la sua vocazione esclusiva è per un sonnambulismo dal quale non vuole essere risvegliata.
Testo critico Robertomaria Siena
(articolo estratto dal quotidano d'informazione "Italia Sera" del
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